venerdì 28 dicembre 2018

Ars Medica

Arte medica (Articolo a firma Francesco Giubbolini e Giovanni Carlesi, pubblicato su "Toscana Medica")

Vorremmo proporre alcune rifles­sioni scaturite dalla nostra stessa attività professionale.
Come si sa, la professione del medico è sottoposta a determinanti storiche che non ri­guardano solo lo sviluppo delle tec­nologie introdotte nella medicina o la sua continua evoluzione, ma ineri­scono a tutte quelle pressioni che il contesto sociale o le caratteristiche della collettività di quel periodo im­primono.

La professione del medico nella sua specifica funzione e nella sua identità è cambiata rispetto ad epoche passate ma anche rispetto a pochi decenni fa.
Lo sviluppo della tecnologia ha introdotto stili di dia­gnosi e protocolli di interventi diver­sificati e sofisticati.
La super-specia­lizzazione ha settorializzato i campi di intervento rendendo impensabile una figura di medico aggiornata su discipline che non riguardino diretta­mente la sua specialità.
L'enorme evoluzione della scienza e la rapidità di diffusione delle nuove scoperte dai vari punti di ricerca ha reso limitate nel tempo e continuamente supera­bili persino le stesse acquisizioni che lo specialista può detenere in un da­to momento.
L'applicazione delle scienze informatiche ha modificato non solo gli assetti di diagnosi ma ha disciplinato e regolamentato in ma­niera nuova l'accesso alle strutture sanitarie e la modalità di fruizione dei servizi resi.



Rispetto a quanto detto, nella prassi medica quella par­te di sapere che pur fondata su meto­dologie acquisite agiva anche in ma­niera empirica utilizzando l'esperien­za e l'intuito ha ceduto il campo ad una condizione che è tipica della scienza moderna, cioè ad un metodo che possiede regole oggettive priori­tarie: l'esperienza elaborata dalla scienza moderna si rende verificabile ma acquista il diritto di rivendicarsi come unica via certa nella quale tro­vare la legittimazione di ogni espe­rienza.

In altre parole, a causa della sua stessa metodologia, possiede un valo­re esperienziale 'garantito' che per principio non dipende dalla modalità con cui la si agisce: nulla di quanto può divenire oggetto di esperienza si può sottrarre alla scienza. Quanto nell'esperienza si delinei come inaspettato o inspiegabile non è altro che un altro campo della ricerca. Il progresso di quest'ultima infatti con­siste in una incessante capacità di autocorreggersi.


Purtroppo, quando si tratta di applicare la conoscenza della scienza moderna alla salute, il problema si fa più difficile perché non si può curare solo da un punto di vista 'scientifico': difatti se curare è cardine della prassi medica dobbia­mo tenere presente che la prassi si caratterizza proprio per la scelta e la decisione tra diverse possibilità e nella prassi sempre si finisce con l'entrare in relazione interpersonale, anche in quei contesti che sembrano apparentemente lontani. Pensiamo agli anonimi iter diagnostici odierni: ne deriva che l'impiego di un sapere scientifico per rapportarsi all'uomo ed alla sua salute non può affidarsi ad un fondamento scientifico unita­rio; ma oggi il medico che pur volesse mantenere una autonoma capacità di giudizio ed un proprio intuito ba­sato (perché no) sulla sua personale creatività si scontrerebbe con un as­setto già precodificato. Quel medico, dicevamo, sarebbe in­globato in un grande complesso aziendale il quale possiede un'organizzazione altamen­te specializzata sin nei dettagli. In un contesto come questo a quel me­dico vengono incoraggiate e coltivate le capacità di adattamento e di inse­rimento ma del tutto scoraggiate o nei casi peggiori impedite l'autono­mia nella formulazione dei giudizi ed un agire basato sulla personale capa­cità di valutazione.



Già nella definizione di professio­ne medica si oscilla o si oscillava fra i termini scienza ed arte che si risolve o si risolveva in una sorta di rappor­to conflittuale. Ben sappiamo che il compito particolare dell'arte medica consiste nel ripristinare una condi­zione naturale, la salute, trovando così una differenziazione con le arti che producono qualcosa di artificiale.



Ogni diagnosi, per esempio, consiste nell'includere, un caso specifico nella generalità della malattia, ma la vera arte sta nel riconoscere le differenze: per ottenere questo è certamente ne­cessario il sapere medico derivato dal metodo scientifico, ma tutto ciò non basta. II fine, la salute, va ben al di là di quello che possiamo chiamare un fatto oggettivo, determinabile attraverso le scienze naturali, la salute è anche un dato psicologico e morale ma non vogliamo certo fare un enne­simo e tautologico richiamo al tanto discusso tema del rapporto medico­paziente.



La prospettiva che ci inte­ressa è un'altra ed è la prospettiva che guarda al medico per il ruolo che ricopre oggi, per l'identità nella quale è a lui consentito di conoscersi. Se­condo noi parte di tale identità do­vrebbe riconoscersi in quella capa­cità libera alla quale accennavano prima e parte del ruolo e della prassi medica dovrebbe costituirsi attraver­so il bagaglio dell'esperienza e nell'esercizio dell"arte'. Attraverso l'esperienza il medico domina la sua arte e la sua abilità, tanto maggiore è la libertà che possiede nei confronti di questa stessa capacità. Solo la li­bertà nei confronti del proprio saper fare lascia spazio a quei punti di vi­sta che riguardano la prassi e che su­perano la semplice competenza dell'abilità.



Ma oggi, evidentemente, questo compito si fa arduo. La speci­ficità della scienza moderna risiede nel fatto che essa intende il suo stes­so sapere come capacità di produrre, e nel campo della medicina la capa­cità di produrre si rende autonoma e permette di controllare il decorso del­la malattia attraverso l'applicazione di un sapere teoretico. Tuttavia pro­prio in quanto tale questa produzio­ne non consiste nel guarire, bensì nell'ottenere uno specifico risultato, un fare.


Ecco perché, talvolta, abbia­mo l'impressione che nel complesso apparato di cura si faccia più per le regole che le sono intrinseche che per l'interesse specifico del malato, la guarigione della sua malattia. Quello che conta è appunto che tali regole vengano rispettate e tutto il codice metodologico applicato. Tanto da avere, appunto, la sensazione che nei significati di base conti di più l'appa­rato, l'istituzione, che il risultato di ristabilire l'equilibrio di salute del malato per il quale quell'apparato e quell'istituzione hanno la loro ragion d'essere.


In questo senso può scomparire l'importanza dell'individuo che, anonimo malato, viene inserito negli ingranaggi di una istituzione alienata dai suoi stessi scopi. La scienza moderna con il suo ideale di oggettività provoca un'estraniamen­to (un'alienazione) nel paziente, ma­lato alienato, ma anche nel medico, curante alienato. L'identità. del medi­co potrebbe allora esprimersi in una sintesi delicata tra scienza e tecnolo­gia, tra esperienza sapiente ed iden­tità personale tutta tesa in un diffici­lissimo compito di armonizzare parti tanto diverse. È ovvio che in questo compito ricompare la soggettività del medico che riflettendo sulla propria può riconsiderare anche quella del malato.

La scienza medica deri­va invece la sua ontologia, come sappiamo, dalla sezione del cadavere e dallo sguardo anatomico che ha sezionato il corpo prende le sue mosse. Il corpo, privato di quei valori simbolici che lo caratterizzavano prima, diventa og­getto di osservazione, e esperire la disgregazione della morte (dissezione del cadavere) identifica il corpo come organismo biologico simulacro fatto di pezzi e di funzioni. Il cadavere sezionato e svuotato diventa un model­lo di simulazione del corpo. È come se il corpo vivo fosse una modalità particolare della morte. Ma il corpo è un vissuto, non solo un insieme di organi funzionanti, e si esprime nel modo con cui di volta in volta si apre al mondo e ne fa la sua presa. La vita non è la semplice animazione della materia, e il corpo è incompatibile con lo statuto di oggetto. Il corpo come vita è in un con­tinuo rapporto esplorativo con il mondo, è un apertura al mondo; la scienza, assolutizzando l'oggettività, recide il legame originario del corpo con il mondo anche se in quel legame è racchiuso il significato della vita.



La scienza dunque elabora delle astrazioni esatte, secondo le sue stesse regole, e il mondo e il corpo finiscono per di­ventare oggettivi e astratti come se il mondo percettivo ed intuitivo del cor­po fossero prescindibili. La malattia e la morte sono così l'assurdo della ragione perché non si piegano alle leggi oggettive della scienza; in partico­lare la malattia, intermediaria fra la vita e la morte è divenuta oggetto specifico del sapere. Lo sguardo medico può allora incontrare la malattia, non il malato, e nel corpo leggere una pato­logia: mai una biografia. Espropriato della sua malattia il corpo viene ignorato o letto come organismo. Di­strutto il senso della malattia, l'occhio clinico, muto e gestuale, scorge segni e non simboli e ò'essere viene dimenticato nel fondo dell'organi­smo. Ma lo sguardo medico oltre che osservare dovrebbe ascoltare e parlare, evitando di passare di corpo in corpo dissolvendoli tutti nel diafano quadro delle loro combinazioni morbose. Esaminati, interrogati dunque solo nel loro spessore organico i corpi diventano muti circa il senso della loro malattia.
In tal senso è un dialogo solo apparente, perché non ci so­no due soggetti ma solo il monologo della scienza con se stessa.




francesco giubbolini (siena) e giovanni carlesi (firenze), Arte medica ed alienazione dei suoi significati (l'alienazione del medico), articolo pubblicato su Toscana Medica

martedì 18 dicembre 2018

Sintomi "alimentari" nelle patologie psichiatriche

Sintomi differenti associati con l'a­limentazione sono le variazioni del peso e dell'appetito e le abbuffate di cibo.



Poiché le modificazioni del peso e dell'appetito sono comunemente causate da condizioni mediche generali, il primo pensiero dovrebbe essere sempre quello di escludere altre malattie internistiche prima di supporre che i sintomi siano psichiatrici. Questo specialmente quando la perdita o l'aumento di peso sono di notevoli pro­porzioni e si manifestano insieme ad altri sintomi fisici.

Inoltre, le modifica­zioni dell'appetito e del peso sono anche fre­quentemente causate dall'uso di sostanze farmacologiche: in effetti, una delle princi­pali ragioni per la non accettazione di molti farmaci psicotropi (per es., anti­depressivi triciclici, neurolettici) è la paura dell'aumento di peso che comunemente accompagna il loro uso.



Dal momento che le modificazioni dell'appetito e gli aumenti o le per­dite di peso sono così comuni in diversi disturbi psichiatrici, essi sono rela­tivamente aspecifici nel fornire indizi per la diagnosi differenziale.


Quindi ci si deve affidare alle caratteristiche degli altri sintomi del quadro clinico e alla relazione temporale con essi per decidere qual è la spiegazione più adeguata per la modificazione dell'appetito o del peso.



Per esempio, un soggetto non mangia per il delirio che il cibo sia avvelenato (come nel Disturbo Delirante), per un sentimento di inutilità o per una perdita del piacere di mangiare (come nell'Episodio Depressivo Maggiore), o come conseguenza di una di­minuzione dell'appetito o dell'essere "troppo indaffarato" (come nell'Episo­dio Maniacale).

In alcuni soggetti, la perdita o l'aumento di peso sono associati ad un quadro clinico specifico di gravi distorsioni dell'immagine corporea e/o di abbuffate.



Il DSM comprende una sezione separata per i Disturbi dell'Alimentazione o DCA (Anoressia Mentale, Bulimia Nervosa) che sono caratterizzati da comportamenti alimentari specifici associati con eccessivo interesse per l'immagine corporea.



Nell'Anoressia Mentale, la paura patologica di essere grassi causa una perdita di peso spesso pericolosa. Alcuni soggetti con Anoressia Nervosa si dedicano ad abbuffate o all'uso di pur­ganti, mentre altri raggiungono un peso basso esclusivamente con il digiuno e l'attività fisica eccessiva.



Diversamente rispetto all'Anoressia Nervosa, i soggetti con Bulimia Nervosa hanno un peso normale o lievemente supe­riore. Essi si dedicano a cicli di abbuffate compensate dall'uso di metodi inappropriati per contrastare gli effetti del loro eccessivo apporto calorico (per es., vomito auto-indotto, abuso di lassativi, digiuno, attività fisica ec­cessiva).



Infine, è importante ricordare che le preoccupazioni sull'aspetto del corpo, sull'aumento e sulla perdita di peso e sulle esigenze dietetiche sono aspetti quasi ubiquitari della vita nel mondo moderno e di solito non giustificano di per sé una diagnosi di disturbo mentale. ­

venerdì 14 dicembre 2018

Studi critici sull'amore di transfert (Recensione)

Studi critici sull'amore di transfert

Oggi che la posizione della psicoanalisi si è consolidata e sono co­sì diffuse le conoscenze (nonché il folclore) che la riguardano, molti pensano che i pazienti siano "tenuti" a innamorarsi del loro analista.




Tuttavia, benché sia abbastanza comune che i pazienti si innamorino del medico, le ragioni per cui ciò accade non sono di ovvia intuizione.

Freud fu il primo a descrive l'amore di transfert, a formulare teo­rie sui suoi precursori nel corso del nostro sviluppo e sul suo significa­to nel processo psicoanalitico e a collegare l'amore di transfert all'amore nella vita reale.

Ma una piena comprensione del transfert ero­tico non scaturì perfettamente formata neppure in Freud.

La prima storia di amore di transfert che si presentò alla sua attenzione riguar­dava la terapia del suo mentore e collaboratore Josef Breuer con il caso clinico di Anna O. e gli fu raccontato da lui...

Terzo volume della collana di testi curati dall'International Psychoanalytical Association, che presenta uno degli scritti classici di Freud e alcuni saggi critici dei più importanti autori contemporanei.

Gli studi su L'amore di transfert sono di:
Friedrich Wilhelm Eickhoff,
Robert Wallerstein,
Roy Schafer,
Max Hernandez,
Betty Joseph,
Merton Max Gill,
Fidias Cesio,
Jorge Canestri,
Takeo Doi e
Daniel Stern.

Studi critici su l'amore di transfert
di Spector Person Ethel - Hagelin Aiban - Fonagy Peter


Editore: Cortina Raffaello
Genere: psicologia
Argomento: transfert, psicoanalisi
Collana: Freud Focus
Traduttore: Traldi M. - Menegazzi S.
Pagine: XXII-178
ISBN: 8870782778

martedì 4 dicembre 2018

Disturbi mentali da Stress

Disturbi mentali da stress

I fattori psicosociali di stress sono importanti nella patogenesi di tutti i di­sturbi mentali, ma il loro ruolo eziologico specifico risulta determinante solo in alcuni di essi.







Vi sono due disturbi che possono essere dia­gnosticati solo quando il soggetto è rimasto esposto ad un fattore estremo di stress. Il Disturbo Post-traumatico da Stress è caratterizzato dal fatto di rivi­vere ripetutamente la situazione stressante, dall'evitamento degli stimoli che richiamano l'evento, e da un quadro di aumentata attivazione nervosa (arousal). II Disturbo Acuto da Stress riguarda quelle reazioni simili che du­rano meno di 1 mese e che si manifestano subito dopo l'esposizione a qual­che fattore di stress.

(Se la reazione ad uno stress estremo è di proporzioni psicotiche, viene fatta invece diagnosi di Disturbo Psicotico Breve con Rile­vanti Fattori di Stress.)



Molti clinici hanno dei dubbi circa la relazione tra i Disturbi dell'Adat­tamento e le altre condizioni che così spesso risultano precipitate dalla presenza di qualche fattore psicosociale di stress.



I Disturbi dell'Adattamento vengono diagnosticati nei casi in cui la risposta maladattiva al fat­tore di stress causa disagio o menomazione clinicamente significativi, ma non incontra i criteri per nessun altro disturbo specifico del DSM.
Al contrario, quando risultano soddisfatti i criteri per un disturbo DSM specifico, quel disturbo viene senz'altro diagnosticato, a prescindere dalla presenza o as­senza di qualche fattore di stress associato; tale regola è stata più volte oggetto di critica.


Per esempio, se si manifesta una reazione depressiva in risposta alla perdita del lavoro o alla notizia di una grave malattia, la diagnosi sarà Disturbo Depressivo Maggiore tutte le volte che il quadro soddisferà pienamente i criteri per l'Episodio Depres­sivo Maggiore.
Una reazione depressiva meno grave, ma ciononostante cll­nicamente significativa, potrebbe invece essere diagnosticata come Disturbo dell'Adattamento con Umore Depresso.



Il lutto rappresenta la reazione a un tipo specifico di fattore psicosociale di stress (cioè la perdita di una persona amata), ma non viene considernto un disturbo mentale perché le reazioni di questo tipo sono da considernre normali, anche se clinicamente significative.

Quando la sofferenza appare più grave o più prolungata rispetto alle caratteristiche del lutto, allora può risultare più appropriata una diagnosi di Disturbo Depressivo Maggiore (oppure di Disturbo dell'Adattamento).

martedì 27 novembre 2018

I meccanismi di difesa immaturi (patologici)

Meccanismi di difesa immaturi 
 
Una sintetica descrizione dei principali meccanismi di difesa patologici.






Blocco


II blocco è un'inibizione temporanea o transitoria del pensiero. Possono essere coinvolti anche gli af­fetti egli impulsi. Il blocco è molto simile alla re­pressione, ma differisce da essa perché la tensione sorge quando l'impulso, l'affetto o il pensiero ven­gono inibiti.



Comportamento dimostrativo


La persona esprime un desiderio o impulso inconscio attraverso l'azione per evitare di essere consapevole dell'affetto che l'accompagna. La fantasia inconscia è vissuta impulsivamente nel comportamento, gratifi­cando così l'impulso, piuttosto che la proibizione nei suoi confronti. Nel comportamento dimostrativo il soggetto cede costantemente agli impulsi per evitare la tensione che deriverebbe dal posporre la loro espressione.



Comportamento passivo­-aggressivo


L'aggressione nei confronti degli altri è espressa indi­rettamente attraverso la passività, il masochismo e l'autoaggressione.
Le manifestazioni del comporta­mento passivo-aggressivo comprendono insuccessi, procrastinazioni e malattie che colpiscono più gli al­tri che se stessi.



Fantasia schizoide


Attraverso la fantasia, una persona indulge in un ritiro autistico per risolvere i conflitti e ottenere gratifica­zione. Viene evitata l'intimità interpersonale e l'ec­centricità serve a respingere gli altri. La persona non crede completamente alle fantasie né cerca di met­terle in atto.



Regressione


Attraverso la regressione, la persona tenta di ritorna­re a una fase libidica più precoce del funzionamento per evitare la tensione e il conflitto evocati all'attua­le livello di sviluppo. Riflette la tendenza di base di ottenere una gratificazione istintuale appartenente a un periodo precedente dello sviluppo. La regressione è anche un fenomeno normale, poiché una certa quantità di regressione è essenziale per il rilassamen­to, il sonno e l'orgasmo nel rapporto sessuale.
La re­gressione viene considerata un concomitante essen­ziale del processo creativo.



Somatizzazione


I derivati psicologici sono convertiti in sintomi organici, e la persona tende a reagire con manifestazioni so­matiche, piuttosto che con sintomi psichici.
Nella de­somatizzazione, le risposte somatiche infantili sono sostituite da pensieri e affettività; nella risomatizza­zione, la persona regredisce a forme somatiche più precoci quando deve risolvere conflitti.



Introiezione


Benché vitale per gli stadi dello sviluppo della perso­na, l'introiezione ha anche specifiche funzioni di di­fesa. Il processo dell'introiezione comporta l'interna­lizzazione delle qualità di un oggetto; quando viene usato come difesa, può annullare la distinzione tra il soggetto e l'oggetto. Attraverso l'introiezione di un oggetto amato, è possibile evitare la consapevolezza dolorosa della separazione o della minaccia di una perdita. L'introiezione di un oggetto temuto serve a evitare l'ansia attraverso l'internalizzazione delle ca­ratteristiche aggressive dell'oggetto, permettendo così di tenere l'aggressività sotto il controllo del paziente. Un classico esempio è l'identificazione con l'aggres­sore. Si può realizzare anche l'identificazione con la vittima, per mezzo della quale le qualità auto-puniti­ve dell'oggetto sono assunte e stabilite nel sé come un sintomo o un tratto di carattere.



Ipocondria (vedi anche il post sull' IPOCONDRIA)


La riprovazione derivata dal lutto, dalla solitudine o dagli impulsi aggressivi inaccettabili verso gli altri è trasformata in autoriprovazione e lamentele di soffe­renza, malattie somatiche e nevrastenia.

II soggetto può anche esagerare o enfatizzare eccessivamente una malattia con lo scopo di evadere o regredire.

Nell'ipocondria, la responsabilità può essere evitata, la colpa può essere aggirata e gli impulsi istintuali possono essere allontanati. Poiché l'ipocondriaco in­troietta l'ego-alieno, finisce per provare disforia e sen­so di dolore.

venerdì 23 novembre 2018

Il Lutto Patologico (anormale)

Il lutto patologico

Lutto patologico (anormale)


Per alcune persone il decorso del lutto e del dolore è anomalo. Il lutto patologico può assumere diverse forme, che vanno da assenza o ritardo di insorgenza del lutto, a lutto eccessivamente intenso e prolungato e associato a propositi di suicidio o a sintomi francamente psicotici.

Sono a maggiore rischio di una reazione di lutto anomala coloro che soffrono per una morte improvvisa o avvenuta in circostanze orribili, le persone emarginate, quelle che ritengono di essere responsabili (reali o immaginari) della morte, quelle con una storia di perdite traumatiche e quelle con una relazione di dipendenza o intensamente ambivalente con la persona scomparsa.



Alcune relazioni, indipendentemente dalle apparenze in pubblico, sono abbastanza negative da ridurre o annullare una risposta normale e appropriata al lutto. In quei casi, le conseguenze della morte di un coniuge o di un parente possono essere nettamente positive per il superstite.


Altre forme anomale di lutto si manifestano quando alcuni aspetti della normale afflizione sono distorti o intensificati fino a raggiungere proporzioni psicotiche. È normale identificarsi con la persona deceduta, come assumere determinati aspetti o avere cari determinati beni in suo possesso; non è normale credere di essere il deceduto o soffrire esattamente di ciò di cui la persona scomparsa è morta (se, di fatto, ciò non è vero).

Udire una voce fuggevole e passeggera della persona deceduta è normale, allucinazioni uditive complesse, persistenti e invadenti non lo sono. La negazione di determinati aspetti della morte è normale; credere che la persona morta sia ancora viva è anormale.





Lutto rispetto a depressione

Lutto e depressione condividono molte caratteristiche: tristezza, tendenza a piangere, inappetenza, insonnia, diminuzione di interesse per il mondo. Vi sono tuttavia sufficienti differenze che permettono agli psichiatri di differenziare queste sindromi.


Il disturbo dell'umore nella depressione è tipicamente pervasivo e non remittente. Se vi sono fluttuazioni dell'umore, sono relativamente minori. Le fluttuazioni nel lutto sono comuni. Le persone spesso descrivono il lutto come una sensazione che si presenta a ondate, che li travolge e poi si ritira. Anche nel lutto intenso, sono possibili momenti in cui il soggetto si sente sollevato e riesce a ricordare cose liete.


La vergogna e la colpa sono comuni nella depressione. Quando si manifestano nel lutto, ciò avviene di solito perché la persona ritiene di non aver fatto abbastanza per la persona deceduta prima della sua morte e non a causa dell'idea fondamentale dell'individuo di essere malvagio o indegno, come comunemente avviene nella depressione.


Di grande importanza è il fatto che il lutto è limitato nel tempo. Molte persone che soffrono di depressione maggiore (depressione grave) sono disperate: non riescono neppure a immaginare di poter stare meglio.

Le persone che in precedenza sono state depresse sono a rischio di diventare depresse nel momento di una perdita importante; perciò, la storia clinica di un individuo in lutto può essere utile per valutare una reazione in atto.

I soggetti depressi minacciano di suicidarsi più spesso delle persone in lutto, che, tranne in casi particolari - ad esempio, persone anziane e dipendenti dal punto di vista fisico - non desiderano realmente morire, anche se affermano che la vita è insopportabile.



È compito del medico individuare quando il lutto è divenuto patologico e si è evoluto in una sindrome depressiva maggiore.

Il lutto è una condizione normale, sebbene profondamente penosa, che risponde al sostegno, all'empatia e al trascorrere del tempo.

Il disturbo depressivo maggiore è potenzialmente un'emergenza medica che richiede intervento immediato per impedire complicazioni come il suicidio.

mercoledì 21 novembre 2018

Istruzioni per l'uso del cervello

Istruzioni per l'uso del cervello, di John Medina

" Lo abbiamo tutti, ma usarlo 
al meglio è da pochi. Per questo il titolo del volume di John Medina, biologo 
molecolare specializzata e professore 
di bioingegneria alla University of Washington School of Medicine, è ironico, 
ma corretto nella sostanza. L'assunto è 
che le neuroscienze abbiano ormai acquisito una massa di conoscenze di cui 
però non teniamo conto nella nostra 
vita di tutti i giorni.







L'abilità di Medina 
sta nel dare a quei risultati una forma di 
racconto che si intreccia a esempi tratti dalla vita di tutti i giorni: letture, cose 
viste in televisione. casi clinici o rifles
sioni personali per arrivare a suggerire 
pratiche, tecniche, stili di vita che aiutino a vivere meglio, in maniera più pro
duttiva e creativa. Non si tratta tuttavia 
del solito manuale superficiale, ma di un 
lodevole sforzo di appassionare ognuno 
di noi alle ricerche relative al cervello e 
ai comportamenti umani.

Per citare qualche esempio, tutti sap
piamo quanto sia importante l'esercizio 
fisico non solo per mantenersi in salute, ma anche per recuperarla dopo un 
periodo di inattività. Medina è talmen
te convito di questo da suggerire tapis 
roulant dentro gli uffici, per alternare le 
ore di sedentarietà davanti al computer 
a momenti in cui rimettiamo in moto 
il corpo. Stando alla sperimentazione 
di laboratorio, se dovessimo metterne 
in pratica i risultati sarebbe più van
taggioso svolgere riunioni camminan
do su tapis roulant che seduti attorno 
a un tavolo.
Pensare che i peripatetici 
avevano già capito, parecchio tempo 
fa, che si ragiona meglio camminando. 


Ancora, evitiamo lunghe presentazioni 
in PowerPoint. Non solo non catturano 
l'attenzione, ma possono addirittura an
noiare, rischiando di ottenere l'effetto 
contrario rispetto a ciò che vogliamo 
comunicare al nostro pubblico.
«Abbiamo creato ambienti di lavoro 
stressanti - afferma Medina - benché un cervello stressato sia notevolmente 
meno produttivo. Le nostre scuole sono 
concepite in modo che la maggior parte 
dell'effettivo apprendimento debba av
venire a casa. Tutto ciò sarebbe comico, 
se non fosse così dannoso. La respon
sabilità sta nel fatto che raramente gli 
scienziati che studiano il cervello dialogano con insegnanti e professionisti del 
mondo del lavoro, con educatori e ragionieri, con autorità scolastiche e am
ministratori delegati alle aziende».

Come dargli torto? Uno dei motivi, 
forse la ragione principale dell'esplosione e del successo delle tematiche relati
ve alla mente e al cervello nei giornali 
e nell'editoria in generale, viene proprio 
dalla necessità impellente che ognuno di 
noi avverte di sapere che cosa possiamo 
tradurre in pratica delle scoperte dei ricercatori.

In questo volume Medina pas
sa in rassegna dodici aspetti relativi al funzionamento del cervello, che vanno 
dall'esercizio fisico come potenziamento del cervello a come quest'ultimo si è 
evoluto, alle cose noiose che uccidono 
l'attenzione, alle regole per ricordare e 
memorizzare, alle differenze tra cervello 
femminile e maschile. E molto altro.

Il pregio maggiore del libro è di rendere fruibile una serie di conoscenze 
teoriche, espresse nella forma pratica 
dell'uso quotidiano che ognuno di noi 
ne può fare. Quando si parla di attività 
fisica e prestazioni cognitive, oppure di 
giusta quantità di sonno o, ancora, di 
come evitare la noia nelle presentazioni 
di lavoro, ognuno di noi è inevitabilmente coinvolto, nonché interessato.

E 
le ricerche sul cervello escono dai la
boratori e dai monitor della risonanza 
magnetica funzionale per entrare nella 
nostra quotidianità."

recensione di Pierangelo Garzia, Mente e Cervello

IL CERVELLO. ISTRUZIONI PER L'USO
di John Medìna 

Bollati Boringhieri, Torino, 2010,
pp. 320 (euro 22,00)

martedì 20 novembre 2018

Body Snatchers (la Sindrome di Capgras al cinema)

Body Snatchers (Invasione degli ultracorpi) 

 

Film cult del cinema di fantascienza 'L’invasione degli ultracorpi' descrive perfettamente la sindrome di Capgras.




In psichiatria clinica c'è un raro tipo di patologia, nota appunto come sindrome di Cap­gras, che descrive esattamente questo genere di situazioni. Le persone afflitte da questa sindrome si consumano in un tipo di paranoia in cui credono che amici o familiari intor­no a loro siano in realtà degli impostori (sosia).

Parte dell'orrore di questi film dipende proprio dalla loro ossessione per il tema del doppio: l'idea che una persona buona possa veni­re trasformata in un alter ego o in un Doppelganger dalla natura inesorabilmente cattiva. I protagonisti devono quindi assumere un atteggiamento ultravigile nei confronti di tutti i loro soliti amici e le loro abituali conoscenze per distinguere di quali di essi ci si possa fidare e quali debbano venire distrutti.

Le scene di apertura mostrano il dottor Hill che ha in cura un deli­rante Miles Bennel, il quale racconta una storia che trasforma il film originale in un unico, lungo flashback. Quando alla fine del film ritorniamo alla scena iniziale, lo psichiatra decide che Bennel è matto. Tuttavia quando sentono un altro paziente parlare degli strani baccelli che cadeva­no da un camion rovesciato, si rende conto che McCarthy sta dicendo la verità.

L'invasione degli ultracorpi doveva finire con Miles Bennel che correva su e giù per l'autostrada gridando "sono arri­vati! ", mentre le auto gli sfrecciano accanto ignorandolo. L'ulti­ma inquadratura doveva essere un primo piano in cui egli, guar­dando direttamente nella cinepresa, ammoniva il pubblico: "Tu sei il prossimo!".

I dirigenti della Allied Artists respinsero le in­tenzioni del regista Siegel, e decisero di aggiungere delle scene al­l'inizio e alla fine per suggerire che gli invasori non avessero avuto completamente successo nell'invadere il pianeta. Il dottor Hill passa all'azione e chiede sicuro al­la polizia di chiamare l'FBI.

Gli studiosi di cinema hanno identificato la prima versione degli Invasori spaziali e diversi altri film americani degli anni cin­quanta con la politica reazionaria dell'epoca maccartista. Anche quella dell'Invasione degli ultracorpi, l'esempio più spesso citato di questa tendenza, può essere considerata sia dal punto di vista politico sia kleiniano. La convinzione che i comunisti potessero e stessero per proiettarsi in una persona amata per trasformarla nottetempo in una creatura ostile e priva di anima, trova le sue metafore nelle stesse convinzioni fantascientifiche che toccavano le angosce infantili ipotizzate dalla Klein.

I protagonisti di tutti questi film si trovano davanti a un dilem­ma analogo: non possono essere sicuri che i membri della loro fa­miglia, i colleghi e le persone amate siano chi dicono di essere. Ne L'invasione degli ultracorpi non ci si può fidare di nessuno, perché corpi familiari sono stati trasformati in persone - cloni. Non si può contare né sulla polizia né sullo psi­chiatra del film perché entrambi sono divenuti dei "loro".

venerdì 16 novembre 2018

Eugenio Borgna nei luoghi della Follia

Borgna, i luoghi della follia 

 



Nei luoghi perduti della follia, di Eugenio Borgna

La capacità di Eugenio Borgna di suscitare intricate tessiture di significati intorno al nucleo inafferrabile di un enigma, di un'avventura esistenziale, di un'esperienza di dolore o di sofferenza, di angoscia o di follia, circoscrive la cifra più peculiare del suo lavoro attuale e del lungo cammino che lo ha condotto alle odierne posizioni.



Quanto Borgna ci ha restituito in questi ultimi anni ha alle sue spalle un percorso e un'avventura di oltre quarant'anni, fatti di lezioni universitarie, seminari, conferenze, e poi ancora relazioni a convegni, articoli specialistici, saggi destinati a libri e riviste, interventi di ricerca o di battaglia.

Solo una parte di questo immenso lavoro è confluita, a partire dalla fine degli anni ottanta, nei libri con cui si è segnalato all'attenzione di un pubblico sempre più numeroso.



Questa serie di libri è solo l'estratto di un'opera caratterizzata dal suo sforzo martellante di approfondimento, di ridefinizione, di verifica, di interrogazione.

Un patrimonio che rischiava di restare consegnato alle biblioteche e agli archivi di riviste specialistiche e di periodici di argomento psichiatrico, psicologico, medico, talvolta filosofico o teologico.




Nei luoghi perduti della follia di Eugenio Borgna


Autore: Eugenio Borgna

Editore: Feltrinelli

Collana: Campi del sapere

Pagine: 520

ISBN: 8807104288

Data pubblicazione: Apr 2008

giovedì 15 novembre 2018

Distimia (Depressione minore, cronica)


Si definisce distimia un disturbo depressivo cronico, caratterizzato da tristezza accompagnata da sintomi quali scarso appetito, insonnia, affaticabilità, bassa autostima, scarsa concentrazione, sentimenti di autosvalutazione.






Questa forma di disturbo dell'umore ricorda in qualche misura la depressione maggiore, ma si presenta in una forma generalmente più attenuata e meggiormente protratta nel tempo.

Un episodio depressivo grave ha spesso durata breve ma è altamente invalidante, il paziente subisce una sorta di arresto e non riesce più a vivere la quotidianità, nella distimia il disagio è meno grave ma persistente.



È la più frequente tra le depressioni minori, cioè tra tutti quegli episodi depressivi meno gravi, caratterizzati da minore compromissione delle relazioni sociali e dell'attività lavorativa.



La distimia si presenta con disturbi lievi ma con andamento cronico; si diagnostica quando sono presenti almeno due dei sintomi classici e che si protraggono almeno da uno o due anni.

Tipico della distimia, non grave di per sé, è il presentarsi associata ad altre psicopatologie (comorbidità) come la depressione maggiore, l'ansia, l'abuso di sostanze, i disturbi alimentari, i disturbi di personalità.



Clinicamente la distimia è una condizione caratterizzata dal tono dell'umore cronicamente depresso.

Rappresenta da sola il 25-35% di tutte le forme depressive con una prevcalenza nella popolazione generale intorno al 3-6%.

E' una forma di depressione talora difficile da riconoscere e quindi da curare, perché si tende a confondere il tratto depressivo con un generico disturbo di personalità oppure con un aspetto di 'costuituzione' o di 'carattere'.



Spesso giungono all'osservazione del medico di medicina generale pazienti effetti da distimia in forme più o meno riconoscibili, e non sempre la diagnosi di distimia veine correttamente posta.

Come curare la distimia

il trattamento di elezione di tale affezione, in virtù della stabilità della condizione psicopatologica e della commistione con aspetti di caratterialità, è la psicoterapia.
Alla psicoterapia possono essere associati trattamenti psicofarmacologici quando la sintomatologia clinica si rende più invalidante, ed in tutte quelle occasioni, non rare, nelle quali si rende evidente il 'viraggio' verso un episodio depressivo maggiore, complicazione frequente dei quadri distimici.

martedì 13 novembre 2018

Timidezza e Fobia Sociale

Timidezza e fobia sociale (FS)

La distinzione tra ansia sociale fisiologica e patologica rappresenta un pro­blema complesso di difficile soluzione ed anche i rapporti tra Fobia Sociale (FS) e timidezza non sono chiari; è verosimile che esista un certo grado di sovrapposizione e la possibilità che i vari termini descrivano diverse gradazioni della medesi­ma condizione.





Barlow, a questo proposito, afferma che: «Le difficoltà di performance in una determinata situazione non hanno niente a che vedere con la timidezza o con le difficoltà generali di socializzazione».

Allo stesso modo, Marks ha osservato che le casistiche cliniche dei fobici sociali sono composte sia da individui i cui sintomi sono relativamente "puri" ed isolati, che da pazienti con vari gradi di difficoltà di socializzazione.



Nel DSM è implicita l'idea che questi problemi siano relativamente indipendenti tra loro, anche se parzialmente sovrapposti.



La prevalenza della Fobia Sociale nella popolazione generale oscilla dal 2% al l3%, mentre la timidezza appare di gran lunga più comune.

Il dato più interessante appare tuttavia quello relativo al fatto che, in almeno il 30% dei soggetti, la timidezza comporta un certo grado di sofferenza soggettiva e di disadattamento sociale, interpersonale e lavorativo.


Questa osservazione pone da un lato il pro­blema delle difficoltà di delimitazione diagnostica della Fobia, dall'altro quello della validità degli attuali dati epidemiologici.
Infatti, è verosimile che l'entità delle condotte evitanti e fobico-sociali sia sottostimata dalle interviste fondate esclusivamente sull'esplorazione della paura e dell'evitamento in un numero limitato di situazioni specifiche.


Comportamenti evitanti più sfumati tendono infatti a sfuggire ad una corretta individuazione, in quanto spesso non sono vis­suti come patologici, ma sopportati, sia dal paziente che dalle persone che lo circondano, mediante un adattamento dello stile di vita.



Alcuni elementi sembrano distinguere la timidezza dalla FS. Quest'ultima è caratterizzata da una maggiore interferenza sull'adattamento sociale ed appare come una condizione cronica, meno suscettibile di remissioni nel tempo.
Inol­tre, i fobici sociali tendono ad avere più condotte di evitamento.



l dati epide­miologici e clinici suggeriscono che non tutte le persone timide possono essere definite fobiche sociali e viceversa non è chiaro se tutti i fobici sociali possano essere considerati timidi; nell'esperienza clinica, infatti, alcuni pazienti con FS non lamentano disagio interpersonale al di fuori delle situazioni specifiche temute.


Ad esempio, alcuni pazienti mostrano condotte fobiche nell'interazio­ne con individui dell'altro sesso, mentre sono completamente a loro agio al di fuori di questo contesto.


Queste osservazioni sembrano indicare la non com­pleta sovrapposizione tra FS e timidezza. Quest'ultima non sembra essere una condizione sufficiente per l'instaurarsi della FS ma potrebbe rappresentare un attributo temperamentale in grado di sottendere una maggiore suscettibilità a varie manifestazioni depressive e fobico-ansiose in situazioni di stress.


domenica 11 novembre 2018

Cosa si intende per 'Autostima'

Sull'autostima 

 

L'azione di valutare sé stessi come insieme di determinate caratteristiche, nonché il giudizio risultante da questa valutazione (che viene fatta sulla base di criteri ottenuti dal confronto delle proprie caratteristiche con quelle di altri individui) è ciò che comunemente si definisce autostima.


William James l'ha definita come il rapporto tra il Sé percepito di una persona e il suo Sé ideale.

Il Sé percepito equivale al concetto di sé, alla conoscenza di quelle caratteristiche, capacità, abilità, qualità che costituiscono il nostro bagaglio personale; il Sé ideale è l'immagine del tipo di persona che vorremmo essere.



Secondo James una persona il cui Sé percepito è molto diverso dal Sé ideale, inevitabilmente sperimenterà una bassa auto-stima.

L'ampiezza della differenza tra come ci percepiamo e come vorremmo essere è infatti un indicatore importante del grado di soddisfazione che proviamo riguardo a noi stessi.



L'autostima si compone di diverse componenti, che insieme contribuiscono a creare un'immagine positiva di sé, utile per affrontare le sfide e le situazioni che la vita ci pone di fronte.

Per esempio, l'amore e l'apprezzamento per se stessi, la sensazione di adeguatezza, la convinzione che non è necessario essere perfetti, l'attitudine a guardare il futuro in maniera efficace.



Come fenomeno intrapsichico, il giudizio di autostima è un sentimento associato all'osservazione delle proprie caratteristiche, e può andare dall'assoluto apprezzamento all'assoluto disprezzo.



Dal punto di vista psicodinamico, l'autostima si spiega come un appoggio di natura narcisistica che l'Io riceve dal Super-io.



Usualmente viene meno negli stati di depressione in cui l'individuo disprezza e svaluta se stesso, mentre aumenta negli stati maniacali dove si ha una sorta di 'ipertrofia' rispetto al mondo cir­costante.

L'autovalutazione può dunque esprimersi come sopravvalutazione o come autosvalutazione o sottovalutazione per un'er­rata considerazione che ciascuno può avere di se stesso rispetto agli altri o alla situazione in cui di volta in volta si trova a vivere.

domenica 4 novembre 2018

Ipomania farmaco-indotta da antidepressivi

Antidepressivi ed episodi maniacali

Ansia, agitazione, attacchi di panico, insonnia, irritabilità, ostilità, impulsività, irrequietezza grave, ipomania e mania sono stati riscontrati in pazienti trattati con antidepressivi per il disordine di depressione maggiore, ma anche per altre diagnosi.
(Leggi anche la pagina del sito sulla disturbo bipolare, mania ed ipomania)

Gli antidepressivi sono ritenuti, secondo l'FDA, l'organismo di controllo federale USA sui farmaci in grado di indurre episodi maniacali.(http://www.fda.gov/AntidepressanstPHA.htm)

Il problema è quello che viene definito di ipomania farmacoindotta:

Per ipomania farmacoindotta si intende un quadro psicopatologico caratterizzato da elevazione del tono dell’umore ed altri sintomi ipomaniacali determinato da un agente farmacologico. Un quadro ipomaniacale di tal genere deve essere temporalmente in relazione con l’impiego di farmaci quali gli antidepressivi.





Sia sul piano clinico che nosografico, l’ipomania farmacoindotta costituisce una questione aperta.
Uno è il punto principale non definitivamente chiarito su cui si è accentrata l’attenzione dei ricercatori negli ultimi anni e che tuttavia appare ancora oggetto di discussione: ovvero se si tratti di una condizione peculiare in cui il farmaco è a tutti gli effetti l’elemento causale ovvero se si tratti di un quadro di ipomania in cui il farmaco ha al massimo il ruolo di fattore scatenante.

Per ipomania farmacoindotta si intende dunque un quadro sintomatologico ipomaniacale il cui esordio è associato all’impiego di un farmaco, in genere un antidepressivo. Da un punto di vista sintomatologico non sembra vi siano differenze tra quadri ipomaniacali farmacoindotti e spontanei. L’unico aspetto differenziale rimane la relazione temporale tra assunzione del farmaco ed esordio della sintomatologia ipomaniacale.

Nel DSM l’ipomania farmacoindotta rientra tra i Disturbi dell’Umore Indotti da Sostanze: il Manuale specifica che i sintomi ipomaniacali devono comparire entro un mese dall’inizio dell’assunzione del farmaco senza indicare la durata minima che deve avere l’episodio di alterazione patologica dell’umore.

L’ipomania farmacoindotta configurerebbe una sindrome ipomaniacale il cui esordio è associato temporalmente all’inizio di un trattamento antidepressivo, e in questo caso il DSM prevede che non si possa ‘contare’ tale episodio per una diagnosi di disturbo bipolare.
 
Non è chiaro inoltre se l’ipomania farmacoindotta sia solo quella che regredisce con la sospensione del trattamento (o con la riduzione del dosaggio) oppure se si possa considerare tale anche quella che prosegue autonomamente, cioè indipendentemente dalla riduzione o dalla cessazione del farmaco.

Tutti i dibattiti sulla esistenza o meno dell’(ipo)mania farmacoindotta e sulla sua definizione diagnostica sono questioni solo apparentemente teoriche, poiché concernono un cruciale problema della psichiatria: è possibile indurre la bipolarità oppure la si può scatenare solo in chi è costituzionalmente predisposto? È naturalmente un punto nodale della ricerca in campo psichiatrico che investe la nosografia, la clinica e la terapia della maggior parte dei disturbi psichici.

Se la bipolarità è una condizione ‘acquisita’, indotta ad esempio da sostanze esogene, può interessare qualsiasi individuo in trattamento antidepressivo. In questo caso, si dovrebbe considerarla un possibile evento avverso di trattamenti molto diffusi di cui occorrerebbe conoscere meglio i fattori di rischio e i controprovvedimenti terapeutici. Nel caso invece in cui il farmaco avesse solo un ruolo scatenante di una condizione che richiede comunque una predisposizione ‘endogena’, questo comporterebbe il dover considerare affetto da disturbo bipolare l’individuo che presenti questa condizione con gli immediati provvedimenti terapeutici del caso.

Il dibattito rimane tuttora aperto, anche in considerazione del fatto che quadri ipomaniacali farmacoindotti (associati all’impiego di antidepressivi) sono segnalati in letteratura anche in altre condizioni psicopatologiche oltre alla depressione maggiore: sia in soggetti con diagnosi di distimia che in pazienti con disturbi d’ansia (fobia sociale, disturbo ossessivo-compulsivo, disturbo di panico).

In conclusione, a proposito dell’ipomania farmacoindotta rimane da verificarne la consistenza clinica: si tratta di un indicatore di bipolarità o va considerato un effetto avverso da farmaci indipendente da una predisposizione allo sviluppo di disturbo bipolare e non indicativo di futura evoluzione verso un disturbo bipolare manifesto?

La risposta a tale quesito influenzerà in modo sostanziale la pratica clinica giornaliera e consentirà di trattare al meglio i nostri pazienti.

Al momento attuale è positivo che la ricerca stia spostando la propria attenzione allo studio anche delle ipomanie farmacoindotte in disturbi diversi da quelli dell’umore quali i disturbi d’ansia (nei quali, evidentemente, il dubbio di una 'bipolarità endogena' non si può assolutamente porre).

giovedì 1 novembre 2018

La storia di Anna O. - L'inizio della psicoanalisi

La storia di Anna O. Un libro 'datato' ma ancora di grande interesse per la storia della psicoanalisi.
Recensione del libro






"Lucy Freeman, autrice di numerosi volumi, ha da sempre dedicato al suo interesse principale, la psicoanalisi e la psichiatria, grandissima parte del suo impegno. E se di questo volume le saranno certamente grati i numerosi lettori non specialisti, non ne apprezze­ranno meno l'utilità gli psicologi e gli storici della medicina. 

Sotto la sua lente d'ingrandimento emergono via via i veri lineamenti di una famosa "paziente" conosciuta nella letteratura psicoanalitica col nome di Anna O.: Bertha Pappenheim. Un volto riacquista vivezza, viene individuata una personalità ben precisa di cui sino a ora si conoscevano solamente gli scarni elementi della breve storia clinica. 

Di lei si può dire che è stata la pietra an­golare nella formazione delle scoperte e delle teorie di Freud, che tuttavia non l'ha mai conosciuta personalmente: ne aveva solamente sentito parlare, con tutti i particolari del "caso" medico, da un suo collega e amico, Josef Breuer, che l'aveva assistita e curata.

Ma Freud ebbe l'immediata intuizione di quello che poteva significare per la psiche umana la rivoluzionaria scoperta di Breuer e lo convinse a collaborare con lui agli Studi sull'isteria, in cui si trova appunto il famoso saggio su Anna O. In base a quelle scoperte, a cui si ag­giunsero altre esperienze e conoscenze, Freud delineò una prima ipotesi sui motivi per i quali nelle persone insorgono turbe emotive e sul modo in cui si possono guarire. 

II metodo usato da Lucy Freeman per esporre questa appassionante materia è pienamente adeguato al caso della celebre paziente: l'Autrice ci conduce direttamente al capezzale delle sue sofferenze e ci presenta il suo medico, Breuer appunto, a quel tempo assai giovane ma affermato e molto ricercato negli ambienti eleganti e colti della capitale austriaca. 

Seguiamo cosí nel suo divenire la "cura con le parole": le reazioni della ragazza, straordinariamente intelligente e dotata, e i suoi curiosi sintomi isterici che ora sembrano spe­gnersi, ora riesplodono con violenza, mentre il giovane medico ne viene len­tamente catturato. Giorno dopo giorno si reca al letto della malata, fino al­l'ultima volta quando assiste, impietrito dallo sgomento, all'inatteso sbocco della' cura. E abbandona precipitosamente la sua paziente. 

Nella seconda parte del libro inaspettatamene il lettore non si trova piú dinanzi una ragazza sofferente, bensí una donna interamente dedita all'impegno in campo sociale, creatrice e direttrice a Francoforte di un centro in cui trovano rifugio le ragazze ebree piú povere istradate alla prostituzione. 

E qui Lucy Freeman ricostruisce le vicende che costituiscono la vita quotidiana di Bertha Pappenheim fino alla morte. 

Nella terza parte del libro, infine, l'Autrice prova a spiegare le ragioni per cui la ragazza isterica di un tempo si è tra­sformata in una filantropica e attiva femminista e sostenitrice di riforme sociali, con un lavoro di scavo che è reso possibile dall'analisi puntuale condotta sui fatti e le testimonianze anche minute di questa esistenza. 

Ne risulta una biografia affascinante in cui finalmente appare non piú fram­mentato, nella sua continuità lineare lo storico "caso". E Anna O., la paziente di Breuer e Freud, ritrova tutta la concretezza della sua umanità."


Karl Menninger, M.D.

Il caso clinico di Anna O.


LUCY FREEMAN

LA STORIA DI ANNA O.

(Biografie - Epistolari)

Feltrinelli, Milano, 1979

link al sito: La ragione degli affetti - Saggio



Francesco Giubbolini Studio medico di psicoterapia dinamica, Siena

lunedì 29 ottobre 2018

Cenni sulla psicodinamica del Disturbo di Panico

Le teorie psicodinamiche considera­no gli attacchi di panico come la conseguenza dell'insucces­so di una difesa nei confronti di impulsi che provocano ansia.



Quella che inizialmente era una modesta ansia di segnalazione diviene una sensazione opprimente di appren­sione, associata a sintomi somatici.



Nell'agorafobia, ad esempio, le teorie psicodinamiche mettono in rilievo la perdita di un genitore in età pediatrica e una storia di ansia di separazione.

Il tro­varsi solo in luoghi pubblici ravviva l'ansia infantile del sen­tirsi abbandonato.

I meccanismi di difesa utilizzati com­prendono la repressione, lo spostamento, l'evitamento e la simbolizzazione.
Le separazioni traumatiche durante l'età pediatrica possono influenzare lo sviluppo del sistema ner­voso del bambino, che di conseguenza diviene suscettibile all'ansia una volta adulto.



Molti pazienti descrivono gli attacchi di panico come se comparissero dal nulla, quasi che fattori psicologici non fos­sero coinvolti, ma l'esplorazione psicodinamica spesso rive­la un evidente movente psicologico.

Sebbene gli attacchi di panico siano correlati dal punto di vista neurofisiologico con il locus coeruleus, l'esordio del panico è infatti di solito correlato a fattori ambientali o psicologici.



I soggetti con disturbo di pa­nico hanno una maggiore incidenza di eventi stressanti del­la vita, in particolare perdite nei mesi precedenti l'inizio del disturbo di panico.

Inoltre, i pazienti tipicamente provano un maggiore tormento nei confronti degli eventi della vita rispetto a chi non soffre di tale disturbo.



Le ricerche indicano che la causa degli attacchi coinvolge probabilmente il significato inconscio degli even­ti stressanti e che la loro patogenesi può essere correlata a fattori neuropsicologici scatenati dalle reazioni psicologi­che.



Gli psicoterapeuti psicodinamici dovrebbero sempre effet­tuare una ricerca completa dei possibili fattori scatenanti ogni volta che eseguono una valutazione diagnostica su un paziente con disturbo di panico.

sabato 27 ottobre 2018

Odori, sonno e fobie - Affrontare le paure mentre si dorme

Ricercatori statunitensi sostengono che gli odori possano essere usati per ridurre la paura - mentre si dorme.

 

In sintesi: le persone vengono "condizionate" ad associare due diverse immagini, a loro volta associate ad odori diversi, con la paura. Durante il sonno sono esposti ad uno di tali odori. Quando si svegliano risultano essere meno spaventati dall'immagine collegata a quello specifico odore.

Un esperto inglese ha elogiato lo studio, apparso su "Nature Neuroscience", ed ha sostenuto che potrebbe risultare utile nel trattamento delle fobie e, forse, persino del Disturbo Post-Traumatico da Stress (DPTS).

Le persone sofferenti di fobie vengono già comunemente trattate con una "esposizione graduale" agli stimoli ansiogeni quando si trovano nello stato di veglia; questo studio suggerisce la possibilità che il medesimo trattamento possa essere praticato quando si trovano nella condizione di sonno ad onde lente. Questo è il periodo del sonno più profondo, laddove si ritiene che  i ricordi, in particolare quelli legati alle emozioni, vengano elaborati.

I ricercatori hanno mostrato a 15 persone sane immagini di due diversi volti.
Contemporaneamente, è stata loro somministrata una scarica elettrica di lieve intensità. Sono stati contemporaneamente esposti ad uno specifico odore, quale limone, menta, garofano o legno.
L'esperimento è stato poi completato durante il sonno. Mentre si trovavano nella condizione di sonno profondo i pazienti venivano nuovamente esposti all'odore collegato ad una delle due immagini che erano state loro mostrate. Successivamente, una volta svegli, venivano loro nuovamente proposte le due immagini, questa volta senza odori né stimolazione elettrica.
I pazienti mostravano meno paura quando veniva loro nuovamente mostrata l'immagine collegata all'odore che avevano sentito mentre dormivano rispetto all'altra.

Le loro risposte emotive sono state "misurate" attraverso scansioni cerebrali magnetico nucleari ed attraverso il livello di sudorazione cutanea. Nelle scansioni cerebrali erano evidenti cambiamenti nelle aree della memoria, come l'ippocampo, e nei patterns dell'attività cerebrale nelle regioni associate alle emozioni, come l'amigdala.

Le persone coinvolte nell'esperimento si erano trovate nella condizione di sonno profondo per periodi variabili tra 5 e 40 minuti, e l'effetto risultava maggiormente evidente in coloro che avevano dormito più a lungo.

La Dr.ssa Katherina Hauner (North Western University Feinberg School of Medecine, di Chicago), che ha condotto lo studio, ha detto: "Si tratta di un riscontro nuovo. Abbiamo mostrato una piccola ma significativa riduzione della paura".
"Se questo riscontro potesse essere considerato valido anche relativamente ad una paura pre-esistente (e non solo a quella sperimentalmente indotta), il trattamento terapeutico delle fobie potrebbe essere reso più efficace con l'intervento durante il sonno."

La ricercatrice ha anche affermato che l'area delle fobie è quella più ovvia da considerare come "bersaglio" di tale tipo di intervento, poiché gli obiettivi su cui intervenire sono relativamente semplici, almeno rispetto a quelli del Disturbo Post-Traumatico da Stress.

Ed ha concluso che ulteriori ricerche si renderanno necessarie al fine di poter compiutamente comprendere i risultati che tale tipo di intervento potrebbe avere.

articolo originale: BBC Health News

giovedì 25 ottobre 2018

Definizione di Fobia - Cosa vuol dire "Fobia"

La Fobia è il ti­more irrazionale e invincibile per oggetti o speci­fiche situazioni che, secondo il buon senso, non do­vrebbero provocare timore.



Tali sono la paura per spazi aperti (agorafobia), per quelli chiusi (claustrofobia), la paura di arrossire (eritrofobia), la paura dello sporco (rupofobia), la paura delle malattie (patofobia, vedi il post su: ipocondria), ecc.



La fobia si distingue dalla paura perché, a dif­ferenza di quest'ultima, non scompare di fronte a una verifica della realtà, e al tempo stesso va tenuta distinta dal delirio perché il fobico è perfettamente consapevole dell'irrazionalità dei suoi timori che tut­tavia non riesce a risolvere.



Un tempo la psichiatria dinamica trattava unitariamente la fobia e l'ossessione; oggi si tende a differenziare le due figure perché, come precisa G. Jervis, «la fobia è il tentativo di costruire una difesa contro la propria ansia allonta­nandone ostinatamente l'occasione di manifestarsi con uno scongiurante e precipitoso atteggiamento di rifiuto che non fa che evocarne continuamente il fan­tasma; la difesa ossessiva è invece il tentativo di co­struire una serie di barriere magiche fra sé e l'ansia, un labirinto di scongiuri, una struttura di comporta­menti meticolosamente controllati, utili per allonta­nare all'infinito il momento del non-controllo, il ri­schio della crisi» (Jervis, 1975).



Le fobie sono cariche di significati simbolici nel senso che le cose o le persone o le situazioni temute dal soggetto rinviano in un modo più o meno defor­mato o a una pulsione repressa, o a una punizione per l'impulso inconscio e inaccettato, o a una com­binazione delle due.

La condizione fobica rivela so­litamente una condizione di dipendenza infantile e quindi di non raggiunta autonomia che si manifesta nella paura di agire e quindi nell'immobilismo.
Così il timore di luoghi aperti o di allontanarsi dall'am­biente noto (agorafobia) manifesta una situazione psicologica di insicurezza da far risalire a una condi­zione di dipendenza dalla famiglia e a sensi di colpa riguardanti la propria autonomia.

Allo stesso modo la fobia dello sporco (rupofobia) può nascondere il terrore del sesso, dello sperma e della gravidanza o inconfessabili sentimenti di colpa.

Le interpretazioni patogenetiche della fobia più accettate sono quella psicoanalitica e quella comportamentista.

Per la psicoanalisi, la fobia è il prodotto dei mec­canismi di difesa dell'Io che, con la rimozione e lo spostamento trasferisce un complesso inte­riore che causa conflitti e ansia su un oggetto esterno che il soggetto fobico ritiene sia più facile evitare.

Al contrario per il comportamentismo la fobia è il risultato di un cattivo apprendimento che produce una risposta inadatta e sproporzionata alla situazione reale.


Francesco Giubbolini Psicoterapeuta a Siena

mercoledì 24 ottobre 2018

Dicesi 'Demofobia'



Pare che la 'demofobia' sia la sensazione di disagio che un individuo può sperimentare quando si trova in luoghi affollati e pieni di estranei.

Il disturbo sembra collegato all’agorafobia, termine che indica il timore di trovarsi in spazi aperti oppure in ambienti non familiari.

Il "demofobico" si aspetta di stare male in un posto pieno di gente, perché si rende conto che potrebbe essere difficile per lui uscirne e trovare rifugio in un luogo sicuro come casa propria. Le sue paure possono essere legate all'esistenza di un disturbo da attacchi di panico o alla presenza di una fobia sociale.

Gli attacchi di panico possono tipicamente scatenarsi in un demofobico che si trovi in una piazza gremita, in una discoteca o su un autobus sovraffollato, per esempio. Si manifestano con sintomi come paura di morire, tachicardia, sudorazione, mancanza d’aria.

Il timore di dover affrontare una crisi di panico può portare alla fobia sociale, cioè a evitare totalmente le occasioni di socialità.
È allora che la demofobia si trasforma in un disturbo invalidante.

Sarebbe da accertare l'esistenza stessa della patologia. E' probabile che sia una delle numerose 'scoperte' sull'onda del nosografismo selvaggio introdotto dall'uso del DSM.

Sommario del Sito Web sul tema: Depressione

I Links a tutte le pagine del sito il cui argomento è quello della Depressione




















domenica 21 ottobre 2018

Cambiamenti nelle abitudini alimentari

Sintomi differenti associati con l'a­limentazione sono le variazioni del peso e dell'appetito e le abbuffate di cibo.





Poiché le modificazioni del peso e dell'appetito sono comunemente causate da condizioni mediche generali, il primo pensiero dovrebbe essere sempre quello di escludere altre malattie internistiche prima di supporre che i sintomi siano psichiatrici.
 Questo specialmente quando la perdita o l'aumento di peso sono di notevoli pro­porzioni e si manifestano insieme ad altri sintomi fisici.

Inoltre, le modifica­zioni dell'appetito e del peso sono anche fre­quentemente causate dall'uso di sostanze farmacologiche: in effetti, una delle princi­pali ragioni per la non accettazione di molti farmaci psicotropi (per es., anti­depressivi, neurolettici) è la paura dell'aumento di peso che comunemente accompagna il loro uso.



Dal momento che le modificazioni dell'appetito e gli aumenti o le per­dite di peso sono così comuni in diversi disturbi psichiatrici, essi sono rela­tivamente aspecifici nel fornire indizi per la diagnosi differenziale.



Quindi ci si deve affidare alle caratteristiche degli altri sintomi del quadro clinico e alla relazione temporale con essi per decidere qual è la spiegazione più adeguata per la modificazione dell'appetito o del peso.



Per esempio, un soggetto non mangia per il delirio che il cibo sia avvelenato (come nel Disturbo Delirante), per un sentimento di inutilità o per una perdita del piacere di mangiare (come nell'Episodio Depressivo Maggiore), o come conseguenza di una di­minuzione dell'appetito o dell'essere "troppo indaffarato" (come nell'Episo­dio Maniacale)?



In alcuni soggetti, la perdita o l'aumento di peso sono associati ad un quadro clinico specifico di gravi distorsioni dell'immagine corporea e/o di abbuffate.



Il DSM comprende una sezione separata per i Disturbi dell'Alimentazione o DCA (Anoressia Mentale, Bulimia Nervosa) che sono caratterizzati da comportamenti alimentari specifici associati con eccessivo interesse per l'immagine corporea.



Nell'Anoressia Mentale, la paura patologica di essere grassi causa una perdita di peso spesso pericolosa. Alcuni soggetti con Anoressia Nervosa si dedicano ad abbuffate o all'uso di pur­ganti, mentre altri raggiungono un peso basso esclusivamente con il digiuno e l'attività fisica eccessiva.



Diversamente rispetto all'Anoressia Nervosa, i soggetti con Bulimia Nervosa hanno un peso normale o lievemente supe­riore.
Essi si dedicano a cicli di abbuffate compensate dall'uso di metodi inappropriati per contrastare gli effetti del loro eccessivo apporto calorico (per es., vomito auto-indotto, abuso di lassativi, digiuno, attività fisica ec­cessiva).



Infine, è importante ricordare che le preoccupazioni sull'aspetto del corpo, sull'aumento e sulla perdita di peso e sulle esigenze dietetiche sono aspetti quasi ubiquitari della vita nel mondo moderno e di solito non giustificano di per sé una diagnosi di disturbo mentale. ­



Francesco Giubbolini Psicoterapeuta - Siena

venerdì 19 ottobre 2018

Terapia dinamica a breve e lungo termine



La psicoterapia dinamica ha avuto difficoltà ad entrare nel circolo della "psichiatria basata sulle prove di efficacia", ma nello scorso anno un elevato numero di studi clinici ha imposto alla comunità scientifica questo approccio con convinzione.



Ne è prova anche il fatto che il sito Journal Watch, nella sezione Psichiatria, abbia dedicato un posto d'onore alle pubblicazioni riguardanti la Psicoterapia dinamica considerandole tra le più valide dello scorso anno.



La psicoterapia dinamica si può articolare in trattamenti psicoterapici a breve termine o di lungo periodo.



Nei casi di soggetti che sono giunti ad un percorso terapeutico in seguito a esperienze di stress acuto o che devono risolvere alcuni punti della propria personalità, ma in un contesto definibile di salute mentale, allora la psicoterapia psicodinamica a breve termine è la soluzione migliore.

I parametri che caratterizzano le psicoterapie dinamiche brevi sono il time-limit setting e la focalizzazione su una o più problematiche del soggetto.



Le principali indicazioni alla psicoterapia dinamica breve sono considerate i disturbi d'ansia, la distimia, la bulimia, i disturbi somatoformi e i disturbi psicosomatici.



Invece, per i pazienti a cui sono stati diagnosticati disturbi mentali cronici o disturbi di personalità, la terapia efficace è quella a lungo termine.



Le principali indicazioni alla psicoterapia dinamica a lungo termine vengono considerate la depressione unipolare e il disturbo bipolare.




link alla pagina del sito sulla psicoterapia a breve termine

giovedì 18 ottobre 2018

Sindromi rare in psichiatria

Post in tema di sindromi rare in psichiatria.






Illusione del sosia (sindrome di Capgras): convinzione delirante che persone o ambiente non siano veramente loro, ma sosia che, come impostori, ne assumono ruolo e comportamenti.



Il delirio di negazione (o nichilistico, Sindrome di Cotard) è basato sulla convinzione della non-esistenza di sé, o di una parte di sé, di una parte del proprio corpo oppure di tutto il mondo circostante.



In psichiatria la scuola francese aveva introdotto l'espressione follia del dubbio (Folie du doute), oggi rubricata tra i disturbi a sfondo ossessivo-compulsivo, caratterizzata dalla presenza di dubbi persistenti e ripetitivi...



La sindrome di Münchausen è una patologia 'apparente’ provocata volontariamente dal paziente stesso e che produce segni e sintomi simili ad altre e diverse malattie.



La sindrome di Münchausen per procura (detta anche sindrome di Polle) rientra nella tipologia di patologie conosciute col nome di patologie della cura (in tal caso si parla di ipercura).



La sindrome 'Folie à deux' (follia a due) fu descritta per la prima volta da LASEGUE e FALRET nel 1873: con questo termine si indicano varie sindromi in cui deliri paranoidei vengono trasmessi

mercoledì 17 ottobre 2018

Guarire dalla depressione

“Guarigione” non è più una parola “proibita”, almeno in psichiatria. 



E’ invece un obiettivo, come in molte altre malattie complesse quali la depressione maggiore, che può essere raggiunto nella stragrande maggioranza dei casi.

Nonostante le concrete possibilità di trattamento esistenti a livello internazionale, c'è però un problema fondamentale: il cosiddetto "gap terapeutico" o "distanza" che esiste ancora tra ciò che può essere fatto e ciò che viene fatto per il trattamento dei disturbi mentali, specie i più frequenti nella popolazione (disturbi depressivi e disturbi d'ansia).

Lo studio internazionale di Thornichroft (British Journal of Psychiatry, 2017)


Ciò è evidenziato dai dati di uno studio internazionale importante e recente condotto dall'OMS (Thornichroft et al., Brit J. Psych., 2017) sulla diffusione dei disturbi mentali in 21 paesi del mondo. Questo studio mostra che solo il 23% delle persone con depressione elevata nei paesi ad alto reddito (e solo il 2% nei paesi a basso reddito) riceve un trattamento che soddisfa i criteri minimi di adeguatezza sulla base di prove scientifiche di efficacia.

Nel caso dell'Italia, si stima che circa il 3% della popolazione soffra di depressione.

Circa la metà di queste persone non vive la propria depressione come una malattia da trattare, rispetto a una media del 65% in altri paesi, paesi ad alto reddito nei quali invece i pazienti si rivolgono al proprio medico o allo specialista.

Giubbolini Angiolino da Colle di val d'Elsa


da Colle di val d'Elsa, nel 1915 aveva 62 anni.
Di professione bracciante agricolo, celibe, venne ricoverato all'Ospedale Psichiatrico San Niccolò di Siena nel 1915.
La cartella clinica riporta che il sintomo fondamentale del paziente era la "paura". Aveva paura della guerra.
Ammesso in O.P. con diagnosi di Psicosi Ciclotimica.
Dimesso guarito.
Nel 1918.

martedì 16 ottobre 2018

Dilemma Placebo

In una rassegna pubblicata di 
recente su «The Lancet», Damien Finniss della Sydney Me
dical School dell'Università di 
Sydney ha fatto il punto sull'effetto placebo.






Questo fenomeno 
si osserva quando, in seguito alla 
somministrazione di un finto farmaco (ovvero una sostanza iner
te) si registra un'attenuazione dei 
sintomi nel paziente. 



Sono due le osservazioni princi
pali che emergono dal lavoro di 
Finniss.

Anzitutto il placebo è un 
effetto fisiologico genuino di cui 
sono almeno in parte note le basi  
biologiche.
Inoltre, nota il ricerca
tore australiano, questo fenome
no è comunemente usato dai medici nel trattamento di una vasta 
gamma di disturbi.



Vista la diffusione della pratica Finniss solleva una questione etica: è giusto 
mandare a casa un paziente ignaro dopo avergli somministrato 
poco più che una caramella? 


«L'effetto placebo è un genuino 
fenomeno psicobiologico attribu
ibile al contesto terapeutico nel 
suo complesso», osserva Finniss, e 
ciò significa che dipende non solo dalla convinzione del paziente riguardo l'efficacia di un trattamento, ma forse soprattutto 
dall'ambiente «medico» in cui vie
ne somministrato.



Per esempio al
cuni studi dimostrano che un'iniezione fatta da un medico o un 
infermiere è fino al 50 per cento 
più efficace rispetto a un'iniezione eseguita in maniera automatica e 
controllata da un computer. 



Se ulteriori studi confermeranno 
l'effetto modulatorio dell'ambiente, in futuro sarà forse possibi
le somministrare una cura basata 
sul placebo a un paziente informato, a patto di creare un am
biente molto «convincente». 


Salute mentale e cure materne



La stabilità interiore dell'adulto dipende dall'affetto materno nei primi mesi di vita

La relazione tra cure materne e stabilità mentale confermata da recenti studi in sintonia con quanto da sempre affermato dalla psicoanalisi.


Le carezze e l'affetto della madre nei primi mesi di vita sono fondamentali per diventare adulti piu' sicuri di se' e meno ansiosi e ostili.

Lo rivela uno studio pubblicato sul Journal of Epidemiology and Community Health, il primo basato sul monitoraggio da zero a 34 anni di un gruppo di persone e che ha quindi consentito un'analisi oggettiva dell'effetto delle cure materne a lungo termine.

Lo studio e' stato condotto da Joanna Maselko della Duke University presso Durham in North Carolina, ed ha coinvolto 482 bambini seguiti fino all'eta' di 34 anni.

Gli psicologi hanno valutato nel corso di sedute il grado di affettivita' e attaccamento materno quando il piccolo aveva solo otto mesi e poi, a distanza di anni, con questionari ad hoc, hanno misurato il livello di salute psicologica di questi figli ormai divenuti adulti.

E' emerso che i bambini che hanno ricevuto piu' affetto e cure materne diventano adulti più sicuri e forti contro gli stress della vita, cui riescono a reagire meglio senza farsi 'calpestare' dalle avversità.

Tali soggetti mostrano livelli di ansia e ostilita' fino a sette punti inferiori a quelli mostrati dai loro coetanei le cui mamme non hanno instaurato coi figli ancora in fasce un legame altrettanto affettuoso.
L'affetto materno, dunque, e' un'ottima risorsa per crescere pronti ad affrontare la vita.



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